Psicologo Paola Fumagalli

Nome dell'autore: Paola Fumagalli

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PERCHÈ MENTIAMO?

Sappiamo che le bugie non vanno dette e che mentire non è eticamente corretto. Allora perché mentiamo?


Mentire è parte integrante della condizione umana. Anche chi dice di essere sempre onesto, in realtà non può dire di essere sempre stato totalmente sincero.


Secondo l’accezione comune, si parla di menzogna quando una persona intende trarre in inganno un’altra deliberatamente. La bugia sarebbe quindi un’affermazione contraria alla verità e detta consapevolmente, spesso motivata dall’interesse personale.

QUANDO IMPARIAMO A MENTIRE

Ben presto durante la crescita, capiamo che mentire può evitarci un castigo, cancellare una colpa, mantenere la stima di sé e affermare la propria indipendenza. Tutto questo ci fa capire da bambini che abbiamo una nostra identità e una nostra mente, facendoci percepire come un individuo a tutto tondo.


Perciò imparare a mentire sembra essere un passaggio evolutivo importante perché indica che il bambino si è costruito un proprio spazio interno, sottratto allo sguardo dell’altro.
La bugia e la menzogna, così come il segreto che ne è spesso conseguenza, diventano quindi un fattore essenziale per la costruzione e la tutela dell’identità personale.


Ecco perché già a 4 anni, se non prima, i bambini iniziano ad ingannare gli altri in modo consapevole. A 6 anni si impara ad immedesimarsi nell’altro e a comprendere che non tutti hanno le stesse idee e punti di vista.


Questo permette di iniziare a mentire sui propri stati d’animo e sulle proprie intenzioni.


Crescendo e diventando adolescenti, si diventa estremamente abili nel simulare la verità e si inizia a pensare che non sempre mentire sia qualcosa di sbagliato.


Il tempo fa diventare più flessibili e fa convincere che la menzogna non sia sempre sbagliata ma che dipenda della situazione.

SE MENTIRE DIVENTA L’ABITUDINE

Ci sono casi in cui mentire diventa un’abitudine incontrollata e la bugia una risposta automatica a qualsiasi domanda.


C’è però un’importante distinzione da fare tra bugiardo compulsivo e bugiardo patologico:

  • bugiardo compulsivo: chi mente per abitudine. La bugia compulsiva in genere si sviluppa nell’infanzia e in ambienti familiari in cui la menzogna è necessaria. Il bugiardo compulsivo non mente quindi per raggiungere uno scopo specifico ma solo per abitudine e soprattutto perché mentire lo fare stare meglio dell’essere sincero. Generalmente, il bugiardo compulsivo ha appreso questo stile durante l’infanzia dove, nel proprio ambiente di vita, di solito in famiglia, la bugia era continuamente necessaria.
  • bugiardo patologico: chi mente costantemente per ottenere qualcosa, senza alcuna remora per gli effetti della sua azione. Si tratta di persone spesso manipolative ed autocentrate. Il bugiardo patologico, infatti, presenta delle problematiche di personalità profonde, spesso di natura narcisistica, che fanno si che l’individuo trovi sempre dentro di sé una ragione plausibile per mentire e per raggiungere i suoi scopi.

È POSSIBILE RICONOSCERE UN BUGIARDO?

Non esiste un metodo per riconoscere con certezza se chi ci sta di fronte sta mentendo. Basti pensare che lo psicologo Aldert Vrij, dell’Università di Portsmouth (UK), ha scoperto che in media le persone riconoscono una bugia solo nel 56,6% dei casi.


Tuttavia esistono dei comportamenti che possono essere considerati indizi utili.


Si può, infatti, tentare di riconoscere i segni dello sforzo che il bugiardo fa per nascondere la verità.

Ecco, secondo lo psicologo inglese Richard Wiseman, i 5 segnali di nervosismo a cui occorre prestare attenzione:


1. IMPERSONALE: i bugiardi si inventano storie mai accadute, di conseguenza tendono a prendere le distanze dalla bugia e a riferirsi di rado a se stessi, utilizzando un linguaggio impersonale. Usano quindi più raramente parole come “io” e “mio” o nomi propri rispetto a “suo” e “sua”.


2. GESTI: poiché mentire è impegnativo, i bugiardi hanno bisogno di concentrarsi e di conseguenza tendono a non muovere troppo le braccia o le gambe e a gesticolare poco.


3. INTERCALARE: i bugiardi sono spesso più esitanti rispetto a chi dice la verità e tendono ad inciampare nelle parole, confondere i termini o ad usare intercalari come “mmm…” o “eee…”.


4. PAUSE: poiché devono pensare a che cosa dire prima di parlare, i bugiardi tendono a impiegare più tempo a rispondere.


5. DOMANDE: i bugiardi normalmente appaiono anche più evasivi, poiché evitano il più possibile di rispondere alle domande in modo esauriente, magari cambiando argomento o ponendo quesiti a loro volta.


Insomma, tutti mentono. Ma attenzione perché, come scriveva Aristotele, “la punizione dei bugiardi è non essere creduti, anche quando dicono la verità.”

Paola Fumagalli

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LA SINDROME DELLA CROCEROSSINA

La sindrome della crocerossina, detta anche sindrome di Wendy, è caratterizzata dalla necessità di soddisfare sempre i bisogni e le richieste altrui.  

Wendy, compagna di avventure di Peter Pan, passa il tempo a prendersi cura dei fratelli e a leggere loro le fiabe. A 10 anni si comporta già come un adulto e ne ha le stesse responsabilità. Allo stesso modo si prende cura di Peter Pan, immaturo per definizione.

Come Wendy, chi soffre di questa sindrome ha sempre la necessità di prendersi cura di chi ha accanto.

Approfondiamo quindi i meccanismi psicologici e le conseguenze della dinamica che questa sindrome crea nelle relazioni.

IL MIO AMORE TI SALVERA’

Chi si comporta da crocerossina appare come una figura essenziale per chi la circonda. Cerca sempre di prendersi cura del partner o dei familiari, assumendo un ruolo simile a quello di un genitore.

Inoltre, per fare felice chi gli sta intorno, cerca continuamente di evitare litigi o conflitti, compiacendo gli altri.

Emozioni quali rabbia o irritazione vengono negate, per paura di provocare conseguenze negative nei rapporti con gli altri.

Queste persone sono sempre disponibili con tutti, arrivando al limite dell’invadenza. Il loro unico obiettivo è quello di aiutare tutti coloro abbiano bisogno.

Pur di sentirsi utili e indispensabili, accettano anche pesanti soprusi da parte di partner o parenti. Spesso il soggetto è quindi circondato da persone che si approfittano di lui, facendo leva sul facile senso di colpa che nasce quando i “crocerossini” sentono di non aver fatto abbastanza.

Fin qui sembra quindi che chi ne soffre sia una persona totalmente altruista e generosa. Ma c’è anche altro dietro a questi comportamenti.

IL BISOGNO DI APPROVAZIONE

Chi soffre della sindrome della crocerossina non è sempre spinto da motivazioni genuine.
Dietro a questa eccessiva disponibilità nei confronti degli altri, si cela, infatti, un elevato bisogno di approvazione. I comportamenti sono quindi messi in atto per sentirsi accettati e sicuri dell’amore dell’altro.

L’idea di fondo è: “Se io mi prenderò cura di te, tu starai bene e mi amerai!

Solo comportandosi in modo servizievole e dando amore incondizionato, riescono quindi a superare la paura di essere lasciati soli e di non essere amati da nessuno.

Non a caso, spesso chi soffre della sindrome della crocerossina credono di non valere abbastanza e hanno livello molto bassi di autostima e sicurezza di sé.
Collezioneranno quindi relazioni di coppia in cui la propria personalità è annullata e dove il partner farà di tutto per essere accudito.

Per approfondire l’argomento delle relazioni, consiglio il libro di Otto Kernberg Relazioni d’amore: normalità e patologia.

SALVATORI FIN DA PICCOLI

Coloro che soffrono di questa sindrome, difficilmente riconoscono di avere una difficoltà. Questo perché spesso questo comportamento disfunzionale ha avuto origine in famiglia e non sembra esserci una modo alternativo per mettersi in relazione con gli altri.

Di frequente i crocerossini hanno vissuto con genitori immaturi che si sono fatti accudire dai figli. Oppure si sono dovuti prendere cura dei fratelli per via di genitori assenti. O, ancora, non hanno ricevuto amore incondizionato da piccoli, crescendo nella convinzione che esso debba essere guadagnato e meritato con azioni di cura.

Insomma sembra che una grossa influenza l’abbia l’assumersi ruoli che non gli competevano già dalla tenera età. Questo può aver fatto saltare importanti tappe dell’evoluzione emotiva e sentimentale del soggetto.

COME USCIRE DALLA DIPENDENZA EMOTIVA?

Impegnandosi a risolvere i problemi e i bisogni degli altri, i crocerossini non sanno più riconoscere e soddisfare i propri.


Il primo e fondamentale passo da fare è pertanto riconoscere di mettere in atto questi comportamenti disfunzionali. Spesso infatti non si ha consapevolezza del fatto che i loro atteggiamenti sono dettati da un impellente bisogno di approvazione.

Solo così, il “crocerossino” potrà iniziare ad analizzare le proprie insicurezze e il proprio deficit di autostima.

In un secondo momento si potrà lavorare sul porre confini più stabili ed equilibrati fra sé e l’altro.
Semplicemente si può iniziare dedicandosi ai propri hobby, ritagliandosi dello spazio solo per sé. Si deve anche imparare a dire di no ad alcune richieste degli altri e a chiedere se si sente il bisogno di ricevere aiuto o attenzioni.

L’obiettivo è arrivare a perdonarsi, evitare il senso di colpa e capire che l’amore non è sacrificio.
Altrimenti nella sindrome della crocerossina l’amore diventa una condanna.

Paola Fumagalli

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PERCHÉ ODIAMO CHI È DIVERSO DA NOI?

Nord e sud, bianchi e neri, autoctoni e immigrati. Odiare chi è diverso da noi è innato nell’uomo.

Ma quali sono i meccanismi psicologici che stanno alla base di questa ostilità?

SEMPLIFICARE IL MONDO

Ogni giorno entriamo in contatto con persone diverse, sia dal vivo che tramite social o programmi televisivi.
 
Non potendo conoscere tutti in modo approfondito, il nostro cervello cerca di “schematizzare” le persone in base a sesso, occupazione, religione o nazionalità. In questo modo ci si potrà aspettare un certo tipo di comportamento o di pensiero da chi appartiene a una certa categoria.


Solo così la nostra mente riesce, in breve tempo e con poco sforzo, ad analizzare e comprendere il complesso ambiente sociale che ci circonda.


Categorizzare le persone, favorisce di conseguenza la nostra autostima. Sentirsi parte di un gruppo crea infatti un’immagine più positiva di sé. Ma questo può portare anche a gravi conseguenze.

PERCHE’ DOBBIAMO ODIARE IL DIVERSO?

Già nel 1929 Freud parlava di come aggregazione e gruppalità siano possibili solo grazie al far sentire inferiore chi è diverso.


Tutta l’aggressività viene quindi proiettata verso i gruppi estranei, che diventano oggetto di odio e disprezzo. Il diverso diventa quindi il capro espiatorio su cui riversare la rabbia e il rifiuto.


Proiettando le proprie parti negative verso chi è diverso da noi, distinguiamo il gruppo a cui apparteniamo e ci sentiamo gratificati nell’appartenervi.


In psicologia sociale sono noti gli esperimenti di Henri Tajifel proprio legati al tema dell’Identità Sociale.
Egli aveva per esempio suddiviso dei ragazzi di 15 anni in due gruppi: chi preferiva i dipinti di Klee e chi quelli di Kandinskij.  
Ad ogni partecipante veniva poi chiesto di scegliere tra due compagni a chi dare una ricompensa.
Spontaneamente, i soggetti sceglievano di assegnare il premio ad uno dei membri del proprio gruppo, come per spirito di cameratismo. Eppure, questi ragazzi non si conoscevano, non sapevano nulla l’uno dell’altro. La loro preferenza si basava solo sull’appartenenza allo stesso gruppo, che veniva considerato diverso, migliore e contrapposto all’altro.


La particolarità è che spesso l’ostilità viene diretta verso i gruppi socialmente o geograficamente più vicini al nostro, semplicemente perché più accessibili e più facili da confrontare.


Questa prospettiva spiega chiaramente come possa esserci odio intenso fra gruppi concentrati in piccoli territori o appartenenti alla stessa comunità.

IL CASO FELTRI

“I meridionali in molti casi sono inferiori”: così ha dichiarato qualche giorno fa Vittorio Feltri, direttore di Libero, in una nota trasmissione televisiva.

È evidente che il processo di categorizzazione può generare stereotipi e pregiudizi privi di alcun fondamento fattuale. I pregiudizi possono essere infatti considerati meccanismi di difesa contro la paura di ciò che non conosciamo.

Discriminare l’altro vuol dire non conoscerlo e fare di tutto per allontanarlo, cercando riparo nell’atteggiamento opposto: il conformismo (potete trovare altre informazioni sul tema del conformismo in questo articolo: IL CORONAVIRUS E LA PSICOSI DEGLI ACQUISTI INCONTROLLATI).


Tuttavia, come nel caso di Feltri, nessuno ammette facilmente di avere pregiudizi o idee razziste.


Ogni individuo tende infatti a sfoggiare le qualità personali, tenendo nascosti gli aspetti più negativi della propria personalità. Nella nostra società, le idee razziste sono condannate e quindi il soggetto deve cercare di nasconderle il più possibile.

LE CAUSE E I RIMEDI

Se il razzismo è in parte insito nella nostra natura, possiamo però chiederci da quali fattori possa essere influenzato.

Sicuramente hanno un grande impatto sulle idee razziste i fattori culturali e sociologici.
L’influenza mediatica, per esempio, condiziona l’opinione pubblica in base alle notizie che vengono diffuse.
Allo stesso modo, se un bambino sente continuamente commenti razzisti dei genitori verso altre etnie, svilupperà quasi sicuramente un atteggiamento di odio o repulsione verso le persone di quell’etnia.


Hanno un’influenza determinante sulle nostre idee razziste anche l’istruzione ricevuta e il quoziente intellettivo. Diversi studi hanno infatti dimostrato che gli individui con un Quoziente Intellettivo più basso sono più propense a sviluppare pregiudizi e visioni politiche conservatrici (https://libreriamo.it/societa/razzismo-e-indice-scarsa-intelligenza/).


Essere un po’ razzisti fa quindi parte di noi ma possiamo attivarci per ridurne gli effetti.
Può aiutare il comprendere e approfondire di più le nostre conoscenze su chi è diverso da noi.

Ma anche guardare dentro noi stessi per identificare quando stiamo mettendo in atto meccanismi automatici di giudizio. Portare gli stereotipi alla luce, ragionarci su e capire come influenzano il nostro pensiero, può far perdere loro potere.


Insomma, solo conoscere il nostro mondo interno può aiutarci a conoscere il mondo esterno e a non discriminare chi non ci somiglia.

Paola Fumagalli

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LA MEMORIA E I FALSI RICORDI

La memoria è il complesso processo cognitivo con cui si registrano, immagazzinano e recuperano le informazioni nella nostra mente.


Memorizzare gli eventi del passato è fondamentale per apprendere dalle proprie esperienze, adattandosi all’ambiente in modo sempre più adeguato.


Attraverso i cinque sensi e le emozioni, la memoria crea i ricordi e permette di costruire un senso unitario di chi siamo.

DIMENTICARE È IMPORTANTE

Per ricordare è fondamentale dimenticare. Se i ricordi non svanissero mai, la nostra mente sarebbe così sovraffollata di informazioni da generare un perenne caos.


Quindi la memoria, per raccogliere informazioni, deve lavorare in base al principio di economia cognitiva, eliminando tutte le informazioni superflue o già immagazzinate.


Esistono appositi neuroni che permettono al cervello, durante il sonno, di liberarsi dei ricordi inutili.  Questa abilità sembra appartenere all’ippocampo, struttura cruciale nel cervello per la formazione dei ricordi.


Un giusto equilibrio tra ricordare e dimenticare permetterebbe quindi di adattarci a nuove situazioni e di trattenere informazioni generali eliminandone i dettagli specifici.


La memoria permette così di trasmettere solo le informazioni più utili, non quelle più accurate, permettendoci di prendere decisioni più intelligenti.

LA MALEDIZIONE DELLA MEMORIA INCANCELLABILE

Esistono casi in cui il meccanismo di cancellazione dei ricordi non funziona e la “troppa” memoria diventa una vera e propria maledizione.


Si definisce ipertimesia la condizione per cui un individuo possiede una memoria autobiografica che permette il ricordo di tutti gli eventi vissuti nella propria vita.


Questi soggetti ricordano dettagliatamente quasi tutti i giorni della propria esistenza, così come gli eventi pubblici che abbiano un significato personale.

L’ipertimesia non permette di decidere cosa ricordare. Quando si nomina una data qualsiasi, il soggetto ricorda chiaramente tutto ciò che è avvenuto quel giorno, comprese emozioni e sensazioni.


Chi ne soffre definisce però i ricordi come “estenuanti ed incontrollabili”. Si è condannati a ricordare vividamente anche ogni figuraccia, sconfitta lavorativa, delusione amorosa, lutto.

Tutto riemerge costantemente come un chiaro e dettagliato flashback, senza permettere mai liberi di lasciarsi alle spalle il passato.

COME NASCONO I FALSI RICORDI?

La memoria non è un magazzino di informazioni statico ma, anzi, è in continua modifica e rifacimento. Ecco perché molte esperienze che siamo convinti di aver vissuto non sono in realtà mai avvenute o sono accadute in modo diverso.


Si parla quindi di falso ricordo per indicare un evento passato che per la nostra mente è assolutamente reale ma che in realtà non è mai avvenuto.

Basti pensare che per la scienza è impossibile ricordare qualcosa prima dei 2 anni di vita. Eppure quasi il 40% degli adulti è convinto di ricordare eventi di quando era ancora molto piccolo.


In realtà si creano falsi ricordi a causa delle emozioni e delle distorsioni che intervengono ogni volta che si racconta il ricordo. Ciò che sembra un ricordo reale è invece una rappresentazione mentale creata a partire da esperienze precoci a cui si sovrappongono fatti ed eventi che altri hanno raccontato sulla nostra infanzia.

UN ESEMPIO DI FALSO RICORDO

Un esempio può essere l’esperienza di Jean Piaget, importante psicologo infantile.


Il primo ricordo di Piaget era di essere stato rapito all’età di due anni.


Di questo episodio l’uomo ricordava diversi dettagli: si rivedeva in carrozzina mentre la sua balia si difendeva contro il delinquente, ricordava i graffi sul viso della donna e il poliziotto che con un bastone bianco aveva inseguito il rapitore. La storia era confermata dalla tata, dalla famiglia e da altri che ne erano a conoscenza. Piaget era così convinto di ricordare l’evento.

In realtà, il sequestro non era mai avvenuto: infatti, tredici anni dopo il presunto tentativo di rapimento, la prima tata di Piaget scrisse a suoi genitori per confessare di aver inventato l’intera storia.


In seguito Piaget scrisse: «Devo dunque aver sentito, da bambino, il resoconto di questa storia… e devo averlo proiettato nel passato nella forma di una memoria visiva, che è la memoria di una memoria, ma è falsa».

TUTTI ABBIAMO FALSI RICORDI?

Gli individui più soggetti ai falsi ricordi sono i bambini e gli anziani.

I bambini hanno, infatti, una memoria ancora in fase di sviluppo mentre gli anziani in fase di cambiamento o deterioramento.

Tuttavia sono frequenti anche nelle persone che hanno una vivida immaginazione e tendono ad arricchire di dettagli i racconti. Oppure in coloro che hanno pensieri ricorrenti o, come i bambini, tendono ad assecondare chi li sta interrogando.


È dunque estremamente difficile valutare la veridicità di una memoria.


E anche se giuriamo di dire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità…potremmo sbagliarci.

Paola Fumagalli

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LA GELOSIA: AMORE O OSSESSIONE?

La gelosia si riferisce a pensieri e sentimenti spiacevoli che si manifestano quando si percepisce che la propria relazione amorosa è minacciata da un rivale.


Ma non solo.


Si parla di gelosia anche riferendosi ai sentimenti che sorgono in altri tipi di relazioni interpersonali. Per esempio, accade spesso che i bambini siano gelosi del nuovo fratellino che cattura tutte le attenzioni dei genitori o che ci si senta esclusi dal gruppo di amici che stanno socializzando fra loro.


Le emozioni che proviamo quando siamo gelosi vanno dalla rabbia, per esempio se si pensa al tradimento del partner, fino alla paura e alla tristezza, pensando invece alla perdita della relazione.  La gelosia infatti riguarda proprio la paura di perdere ciò che si ha, a differenza dell’invidia che è il desiderio di possedere ciò che qualcun altro ha.


Si deve però fare attenzione che dalla gelosia per amore non si arrivi ad una vera e propria ossessione.

LA GELOSIA PROTEGGE LA NOSTRA SPECIE

Essere gelosi permette di motivare comportamenti che ristabiliranno il rapporto tra sé e il partner, cercando di spezzare il legame minaccioso tra il partner e il rivale. Pertanto, la gelosia richiede il coinvolgimento di tre individui: se stessi, il partner e il rivale.


Scoraggiando l’infedeltà, questo comportamento permette di proteggere e far durare più a lungo le proprie relazioni.
In termini evolutivi, quindi, la gelosia permette di avere relazioni più stabili e fare figli, favorendo la prosecuzione della specie, la certezza della paternità e l’integrità della famiglia.


Pertanto, la gelosia è un’emozione che è scritta nei nostri geni.   


Nonostante ci sia una base genetica condivisa, non tutti vivono gli stessi sentimenti di gelosia nelle relazioni.


Questo perché la gelosia deriva anche da sentimenti di inadeguatezza, che ci fanno sentire vulnerabili e immeritevoli dell’amore altrui. Gli studi dimostrano infatti che gli individui più insicuri sono anche quelli più inclini ad essere gelosi.

LA SINDROME DI OTELLO

In casi estremi, la gelosia può diventare una forza distruttiva e letale nelle relazioni.


È il caso della Sindrome di Otello in cui la gelosia assume una connotazione patologica. Essa prende il nome dal protagonista dell’omonima tragedia di Shakespeare, in cui Otello uccide l’amata Desdemona a causa di false accuse di tradimento.


La sindrome di Otello consiste in un disturbo delirante di gelosia, in cui il soggetto è convinto di essere tradito o ingannato dal proprio partner. Chi ne soffre ricorre quindi ai mezzi più disparati per far ammettere all’altro la propria colpevolezza.


In realtà questa gelosia patologica non si basa su alcuna prova reale o significativa ma nonostante ciò la persona che ne soffre vive sentimenti di diffidenza, insicurezza, possessività e bisogno di controllo.


L’ossessione e l’angoscia che ne conseguono, spingono spesso anche a cercare prove del tradimento sul cellulare del partner o a seguirlo per verificarne gli spostamenti. Si tratta quindi di comportamenti che sfociano molto spesso in stalking, cyberstalking o, nei casi più gravi, in crimini violenti.


Questa forma delirante di gelosia è più frequente negli uomini (64%) che nelle donne (36%).

COME GESTIRE LA GELOSIA

È utile ricordare che, in una relazione amorosa o amicale, una giusta dose di gelosia può essere funzionale. Far sentire l’altro come desiderato può alimentare l’amore e il legame fra gli individui.


Per non sfociare in una forma eccessiva, la migliore strategia è aumentare la propria autostima. Lavorare su se stessi potrà evitare che la gelosia diventi un’ossessione, essendo sicuri della fedeltà del partner e del fatto che non ci tradirà.


Per vivere serenamente le relazioni è fondamentale anche parlare con l’altro di eventuali preoccupazioni, non in modo accusatorio, ma per condividere i propri timori e insicurezze.


Qualora non si fosse certi della fedeltà del partner, va comunque rispettata la privacy e la libertà, evitando di controllare l’altro o maturare paranoie che non portano nessun beneficio.


Insomma, la condivisione sincera e la comunicazione chiara sono la chiave per una relazione felice.

Paola Fumagalli

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LA DISMORFOFOBIA: LO SPECCHIO BUGIARDO

Rughe, naso, seno, capelli, peso: ciascuno di noi vive un’insoddisfazione nei confronti di alcuni aspetti del proprio corpo. Tuttavia, impariamo nel corso del tempo a convivere con quelle parti di noi che non ci piacciono, senza considerarle un problema. Ma non tutti ci riescono.
La DISMORFOFOBIA, o disturbo da dismorfismo corporeo, è una patologia in cui si vedono i propri difetti fisici come mostruosità e si hanno pensieri ricorrenti su quella parte del proprio corpo che non si riesce a tollerare. La preoccupazione eccessiva è quindi per un difetto immaginato o insignificante, che le altre persone spesso non notano nemmeno.

Questo genera di conseguenza ansia, elevati livelli di stress, calo dell’autostima e comportamenti ossessivi che impediscono di condurre una vita normale. Chi ne soffre, infatti, può anche passare ore davanti allo specchio nel tentativo di nascondere agli altri le imperfezioni del proprio corpo. Si può arrivare addirittura a fuggire da specchi o vetrine poiché non si riesce a sostenere la vergogna della propria immagine.

COSA AVVIENE NELLA MENTE

Quello che vediamo riflesso nello specchio è una proiezione della nostra realtà psichica. Questo significa che ciò che vediamo di noi stessi all’esterno dipende molto dalla nostra immagine mentale. Nella dismorfofobia, quindi, non s’insegue una visione oggettiva ma un bisogno di perfezione ideale che non esiste.

Proprio perché la causa è da ricercare nella mente e non nel corpo, al dismorfofobico non servono rassicurazioni. Le rassicurazioni da parte di amici e familiari possono anzi scatenare l’effetto opposto, ossia far sentire la persona incompresa e sola.

Anche la chirurgia estetica non è una soluzione perché, trattandosi di fissazioni ossessive e non di reali difetti fisici, l’esito dell’intervento non è mai ritenuto soddisfacente, accrescendo delusione e frustrazione.

GLI UOMINI E LE DONNE SONO UGUALI?

Si calcola che in Italia più di 500.000 persone siano affette da dismorfofobia e che la patologia sia più frequente nelle donne che negli uomini (rapporto femmine-maschi 2:1).

Negli uomini però vi è una particolare forma di dismorfofobia, detta dismorfia muscolare. Essa consiste nella preoccupazione di avere un corpo poco tonico e una massa muscolare insufficiente, anche se in realtà queste persone hanno una corporatura normale o addirittura muscolosa.  Ne soffrono frequentemente i ragazzi che praticano attività in palestra o bodybuilding.

Sembra che questa patologia abbia analogie con l’anoressia: siamo in entrambi i casi davanti a una distorsione delirante, in cui i soggetti non si considerano mai abbastanza in forma e seguono anche una dieta rigorosa o esercizio fisico eccessivo.

INIZIA TUTTO NELLA GIOVINEZZA

Spesso la dismorfofobia inizia in adolescenza, fase della vita in cui il corpo e la mente sono in trasformazione e si vive il confronto sociale del proprio corpo con quello dei coetanei.

In alcuni casi però l’immagine di sé negativa parte già dall’infanzia, quando il bambino può sviluppare problemi di dismorfofobia se vede che i genitori sono esageratamente attenti al suo corpo.

Alla base c’è comunque insicurezza e bassa autostima, con il conseguente tentativo di migliorare la percezione di sé attraverso il proprio corpo. Il tutto viene naturalmente esasperato dalla società attuale, in cui tutto si basa sull’immagine di sé, sull’apparenza e sulla ricerca di approvazione altrui.

QUAL E’ LA MIGLIOR CURA?

Se ci si accorge di vivere il proprio corpo in modo eccessivamente negativo e distorto, si può iniziare una psicoterapia individuale, con l’obiettivo di modificare le convinzioni distorte sul proprio corpo e ridurre i comportamenti compulsivi.

Può essere d’aiuto anche la terapia di gruppo in cui, con l’aiuto di altri oltre al terapeuta, si può lavorare sul vissuto del paziente per far emergere le dinamiche inconsce che stanno alla base del suo ideale irraggiungibile di perfezione.

Infine i farmaci possono essere un utile sostegno ma non sono sempre necessari perché da un lato fanno sentire meglio il paziente ma dall’altro non lo stimolano all’introspezione e a ricercare dentro di sé la risoluzione del problema.

Solo con un profondo lavoro, lo specchio non sarà più il nemico ma un potente alleato per l’autostima.

Paola Fumagalli

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IPOCONDRIA: QUANDO IL MALATO È IMMAGINARIO

L’ipocondria in epoca antica indicava un malessere che si riteneva localizzato nella fascia addominale. Solo più tardi si comprese che invece la causa di questo malessere era collegata ad aspetti psicologici dell’individuo, in particolare al tentativo di controllare il timore di malattie e della morte.


Oggi questo disturbo psichico è molto più conosciuto ma è importante fare chiarezza per capire come gestirlo al meglio. In particolare è fondamentale essere consapevoli dell’inevitabilità di eventi legati a malattie o sintomi, accettandoli come parte di noi.

I SINTOMI

In gergo medico, l’ipocondria può essere definita Disturbo da sintomi somatici, se sono realmente presenti sintomi fisici, o Disturbo da ansia di malattia, se tali non sono presenti.


In entrambi i casi l’individuo che ne soffre vive una eccessiva, persistente e sproporzionata preoccupazione per la propria salute, accompagnata da fortissimi livelli di ansia.


L’individuo, quindi, controlla costantemente il proprio corpo, ricerca informazioni e rassicurazioni online o da professionisti e familiari oppure, al contrario, evita visite mediche e ospedali per paura di scoprire di avere davvero una grave patologia.


La particolarità è che la paura non si placa nemmeno di fronte agli esiti di visite o esami: di fronte a test medici negativi, il soggetto può stare ancora peggio perché convinto che nessuno lo prenda sul serio e lo potrà curare e aiutare.


Questi comportamenti possono compromettere e deteriorare il funzionamento lavorativo, familiare e sociale, inficiando la qualità della vita della persona che ne è affetta.

CAUSE E ASPETTI PSICOLOGICI

Le cause dell’ipocondria possono essere diverse. La paura di ammalarsi o di avere patologie può derivare da storie pregresse, specialmente vissute in infanzia, di malattie proprie o di un membro della famiglia, oppure di malasanità ed errori diagnostici.


Di base sembra esserci però nella personalità di persone ipocondriache una forte tendenza al controllo con conseguente ansia in caso non si riuscisse a controllare e gestire tutto ciò che accade. A questo si aggiunge una visione di sé come fragile, vulnerabile, debole: questa convinzione di essere cagionevoli e predisposti alle malattie determina quindi l’idea di doversi preoccupare per la propria salute.


Inoltre va ricordato che il corpo rappresenta il nostro “biglietto da visita” per relazionarci con gli altri, la nostra immagine riflessa e, a livello più ampio, come percepiamo noi stessi. In quest’ottica, quindi, l’idea di avere un corpo fragile sarebbe collegata con una fragilità mentale dell’individuo.

COME SI CURA

I due fondamentali step per affrontare l’ipocondria sono:

  • Prenderne consapevolezza
    Chi vive nell’eccessivo timore di una malattia, può avere difficoltà a riconoscere che l’origine del problema è psicologico e non fisico. E’ importante che l’ipocondriaco identifichi quindi che dietro alle preoccupazioni ci sono paura, sconforto e fragilità, soprattutto legate al senso della vita e alla propria identità.
    Solo prendendo coscienza delle emozioni che stanno dietro al tentativo di controllo e costruendo ipotesi più realistiche e alternative alla malattia e alla morte, si potrà riacquisire un senso di sé più stabile e una vita più ricca e serena.
  • Chiedere aiuto
    La richiesta di aiuto può essere difficile perché chi soffre di ipocondria, dovendo controllare tutti gli eventi della vita, potrebbe avere paura di creare una relazione profonda con un estraneo. Questo perché confidarsi con qualcuno potrebbe minacciare la propria identità, autosufficienza e autonomia.


In realtà, qualora esami e visite mediche non riscontrassero alcuna malattia ma rimanesse la paura di essere malati, diventa fondamentale chiedere aiuto a uno psicologo o uno psicoterapeuta.


E’ importante non aver paura di essere ridicolizzati o di sentir sminuire le proprie paure: con empatia e comprensione, un esperto di salute mentale potrà aiutare a ridurre l’ansia e i pensieri disfunzionali relativi all’eccessiva preoccupazione per la propria salute e a non vedere se stessi soltanto come fragili e vulnerabili.



Paola Fumagalli

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I SOGNI SON DESIDERI

Il contenuto nascosto e il vero significato dei nostri sogni


Chi non ha mai fatto un sogno strano, assurdo o ricco di storie bizzarre? E chi non ha mai pensato che ci fosse una sorta di messaggio nascosto dietro di esso?


Immagina di sognare di essere nudo in pubblico.
Oltre al contenuto manifesto, cioè il fatto di essere nudo davanti a molte persone, si può cercare di capire qualcosa di più sul suo significato nascosto.


L’interpretazione dei sogni in ottica psicoanalitica si basa sull’idea che ciò che avviene nei nostri sogni serva a mascherare il vero significato del sogno stesso.

FREUD E L’INTERPRETAZIONE DEI SOGNI

I più noti studi riguardanti il significato nascosto dei sogni nella teoria psicoanalitica si devono a Sigmund Freud, che definiva i sogni come “la via regia verso l’inconscio“.


In particolare nell’opera “L’interpretazione dei sogni”, Freud sottolinea che il motore dei sogni sono i nostri desideri inconsci e che quindi durante la notte il sogno permetterebbe di esprimere desideri che la coscienza disapprova e che non vuole rivelare durante la veglia. Questo perché i contenuti latenti sono troppo sconvolgenti o traumatici e quindi vanno “nascosti” ad un livello di non consapevolezza.
Secondo Freud, riportare alla luce il significato più profondo e nascosto di un sogno rendendolo consapevole, poteva alleviare il disagio psicologico dell’individuo.

LA MENTE COME UN ICEBERG

iceberg freud


Per Freud e altri psicoanalisti, il contenuto simbolico contava quindi molto più del racconto che l’individuo faceva del sogno. Basti pensare che Freud rappresentava la mente umana come un iceberg.

Solo una parte molto piccola dell’iceberg è visibile sopra l’acqua mentre la parte più grande dell’iceberg si trova sott’acqua. Allo stesso modo per Freud la parte visibile e cosciente della mente rappresenta solo una piccola parte di essa mentre invisibile sotto la superficie si trova l’enorme mole dell’iceberg, cioè la mente inconscia.


I sogni, quindi, sono un modo per intravedere ciò che è nascosto alla consapevolezza nella mente inconscia. 


Riprendiamo l’esempio del sognarsi nudi in pubblico.
Si potrebbe interpretare il sogno legandolo alla paura di esporsi, ad un senso di  insicurezza o al timore che altre persone notino i propri difetti.


Ma attenzione: come per i simboli, non possiamo dare un significato universale ai sogni! Il sogno appartiene alla persona che lo sta raccontando, quindi potrà assumere  significati diversi a seconda delle caratteristiche del soggetto, al momento della vita in cui si trova o alle emozioni che sta provando in quel periodo.

PERCHE’ RIPORTARLI ALLA LUCE?

Dato che la consapevolezza ci protegge dai contenuti più difficili da affrontare, perché può essere utile andare a comprendere e a scavare nel profondo dei sogni?


Ancora oggi i sogni si reputano importanti all’interno di un percorso psicologico ad orientamento psicoanalitico perché permettono al soggetto di conoscere meglio se stesso e la parte più profonda e nascosta di sé.


Far emergere pensieri, sentimenti e desideri nascosti può infatti evitare che questi influenzino l’individuo nella sua vita senza che lui se ne accorga. Analizzare il significato nascosto dei sogni può aiutare la persona a comprendere meglio i propri problemi o ciò che crea una difficoltà nella propria vita.

COME POSSIAMO RICORDARE MEGLIO I SOGNI?

Tutti sogniamo.
Gli studi neurofisiologici dimostrano che si sogna sempre, ma a volte non ci si ricorda. Chi afferma di non sognare mai in realtà semplicemente non ricorda i propri sogni.

Gli individui che faticano a ricordare i sogni possono essere particolarmente rigidi emotivamente o avere degli aspri conflitti inconsci che non riescono ad affrontare per paura di quello che potrebbe emergere. Più si accrescono le proprie risorse emotive, più si potrà facilmente ricordare i sogni.


Un aiuto per migliorare il ricordo dei sogni è tenere un diario sul comodino: in questo modo, immediatamente dopo essersi svegliati, si potranno annotare i ricordi del sogno e le emozioni che si sono provate, così da tenerne traccia e poterci riflettere sopra in altri momenti della giornata. Può essere interessante per esempio verificare se ci sono sogni o elementi ricorrenti: questi possono indicare un conflitto persistente, un argomento su cui la mente ha urgenza di lavorare.


Insomma, solo lasciando andare il bisogno di controllo e facendosi guidare dalle proprie emozioni e curiosità, il sogno potrà essere un potente strumento per conoscersi meglio.


E ora che ne sappiamo di più, non resta che dormirci sopra.

Paola Fumagalli

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GLI EFFETTI PSICOLOGICI DELLA QUARANTENA DA CORONAVIRUS

Quarantena da Coronavirus: Isolamento sociale e distanza dagli affetti possono generare conseguenze negative sulla nostra mente. Come possiamo difenderci?

LA FATICA DELL’ISOLAMENTO

Originariamente il termine quarantena indicava un periodo di quaranta giorni di isolamento per persone affette da malattie contagiose, prescritto soprattutto per chi proveniva via mare perché, arrivando da lunghi viaggi in terre lontane, poteva essere canale di trasmissione per patologie ancora sconosciute nella terra di approdo.


Oggi la quarantena indica più genericamente un periodo di segregazione e isolamento di durata variabile a seconda delle malattie, in rapporto al relativo periodo di incubazione e alle pratiche di disinfezione necessarie. La separazione dal resto della popolazione permette quindi di ridurre i contagi e i rischi di infezione e pertanto risulta essere una misura straordinaria ma fondamentale in un periodo come quello che stiamo vivendo, in cui il Covid-19 non ha ancora una cura.


La strategia di autoisolamento e di quarantena è quindi al servizio del benessere dell’intera comunità ma è anche associata a sfide psicologiche per chi la vive e per chi, al contrario, si espone ai rischi di contagio, come gli operatori sanitari.

GLI EFFETTI PSICOLOGICI DELLA QUARANTENA

Un recente ricerca effettuata presso il Kings College di Londra ha passato in rassegna gli impatti psicologici della quarantena negli adulti, dimostrando come questa può essere associata a sintomi di stress post-traumatico, confusione e rabbia. https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)30460-8/fulltext


Uno studio effettuato invece presso lo Shanghai Children’s Medical Center si è concentrato sul rapporto con i bambini dato che le scuole sono chiuse da tempo. Per ridurre il rischio di esiti negativi sulla salute mentale dei bambini durante la quarantena, appare fondamentale creare un canale di comunicazione chiaro tra bambini e genitori. Di grande aiuto possono essere anche i servizi online di supporto psicologico per aiutare i più piccoli a far fronte all’ansia e alla tensione. https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)30547-X/fulltext


Gli effetti psicologici che sono stati identificati come fonte di stress e negatività sono:

  1. Frustrazione e noia per l’interruzione delle proprie attività quotidiane e di socializzazione, come recarsi al lavoro o uscire per una cena con gli amici.
  2. Ridotto accesso a cure mediche regolari o prodotti sanitari (per esempio mascherine o disinfettanti)
  3. Impossibilità di recarsi liberamente in supermercati e negozi per acquistare beni di prima necessità e non.
  4. Paura di contrarre il virus o infettare altri, che può manifestarsi come maggiore attenzione e preoccupazione della propria salute e dei sintomi fisici propri o dei propri familiari.
  5. Disagio socio-economico generato dall’improvvisa riduzione dei guadagni e della mole di lavoro.
  6. Stigmatizzazione e rifiuto da vicini, colleghi, amici e persino familiari, da cui si viene trattati con paura e sospetto.


Anche il ritorno alla normale routine non sarà facile: ci vorranno giorni o addirittura settimane per tornare a vivere, senza preoccupazione o ansia, i contatti sociali ravvicinati o i momenti di aggregazione con gli altri.

LE STRATEGIE PER AFFRONTARLA

Come possiamo quindi promuovere il benessere psicologico per noi stessi e per chi ci è vicino?


Ci si può innanzitutto informare sulle condizioni di salute dei propri cari, facilitando la comunicazione con loro attraverso social media, messaggi e videochiamate che facciano sentire meno isolati. Sapere che familiari e amici sono al sicuro e in buona salute può ridurre infatti lo stress, mentre lo aumenta in caso di assenza di informazioni.


Centrale è anche ridurre quanto più possibile la noia e i tempi vuoti, pianificando attività che magari si rimandavano da tempo e che possono aiutare a rendere la casa un luogo più accogliente e positivo. Allo stesso modo è importante non trascurare se stessi, fisicamente e mentalmente. Prendersi cura di sé risulta essere centrale per evitare sentimenti di inutilità e bassa autostima.

APRIRSI A NUOVE OPPORTUNITA’

Ricordiamo quindi che il periodo di isolamento può trasformarsi anche in un’opportunità: riscoprire hobby e passioni che avevamo abbandonato per mancanza di tempo, iniziare quel libro che stava prendendo polvere sul comodino o fare giochi di società con i nostri bambini. Cogliamo l’occasione anche per ricontattare amici che non sentiamo da tempo o conoscenti che vivono lontano: potrà essere il modo per recuperare rapporti che avevamo trascurato.


Prendiamo esempio da uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi, Isaac Newton, che nel 1665 fu costretto a lasciare l’Università di Cambrige per via dell’epidemia di peste, un po’ come oggi sono chiuse scuole e università.

A soli 22 anni, Newton fu costretto quindi a tornare nella sua casa natale in campagna, lontano da Londra, per il periodo di quarantena. Isolato dal resto del mondo, proseguì in autonomia le sue ricerche e i suoi studi, arrivando alle impressionanti scoperte sul calcolo infinitesimale, sulla luce e sul moto della gravitazione universale (con la famosa mela caduta dall’albero sotto il quale si trovava).

Proprio grazie a queste scoperte, quando l’Università riaprì due anni dopo, Newton fu nominato professore, a dimostrazione del fatto che, anche fra le mura di casa, possiamo avere idee brillanti e costruire qualcosa che possa cambiare il mondo.

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Paola Fumagalli

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IL CORONAVIRUS E LA PSICOSI DEGLI ACQUISTI INCONTROLLATI

Solo tre giorni fa, il presidente Conte ha annunciato l’estensione a tutta la nazione del divieto di spostamento se non per comprovati motivi di lavoro oppure per gravi esigenze familiari o sanitarie.

A pochi minuti dall’annuncio, migliaia di cittadini si sono riversati nei supermercati aperti per accaparrarsi cibo, acqua e prodotti di prima necessità, dimostrando di aver poco compreso le indicazioni dell’ordinanza e il danno che questi comportamenti possono arrecare in un momento così difficile.

Si tratta solo di paura e di un modo per prepararsi al peggio o siamo tutti in preda ad una forma di panico irrazionale?

A Singapore il primo ministro Lee Hsien Loong ha dovuto comunicare alla popolazione che non era necessario, come invece stava accadendo, fare scorte di riso e noodles.
In Nuova Zelanda i supermercati hanno visto un aumento del 40% delle vendite rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
In Australia la polizia è dovuta intervenire per sedare delle risse tra acquirenti in lotta per l’ultimo pacco di carta igienica.

Questi esempi dimostrano chiaramente come il COVID-19 ha generato acquisti dettati dal panico, fenomeno che può anche togliere i beni essenziali a coloro che ne hanno davvero bisogno, come nel caso delle mascherine per chi è più a rischio.

Ma perché lo facciamo? 
La risposta sta nella paura dell’ignoto, di ciò che non si può controllare, nella convinzione che un evento drammatico scatenerà conseguenze totalmente drammatiche, anche se in questo caso il miglior modo per combattere il contagio è semplicemente lavarsi le mani ed evitare contatti interpersonali. La paura ha, come tutte le emozioni, un’utilità per l’uomo perché ci mette in guardia dai pericoli che incontriamo, preparandoci all’azione o alla fuga, ma diventa un problema quando viene vissuta in maniera esagerata o fuori contesto. Nel caso del Coronavirus, la paura è più elevata rispetto ad altre situazioni perché il nemico è invisibile, non lo si può vedere o toccare.

Ma quanti di noi, alla vista delle scene di folla nei supermercati, non hanno pensato “forse dovrei fare scorta anche io!”. La difficoltà in queste situazioni sta nell’evitare di comportarsi come tutti gli altri, uscendo da una mentalità “da gregge” per mantenere la giusta razionalità, senza farsi prendere dal panico.

Il conformismo può infatti uniformare il comportamento a quello del sistema sociale o del gruppo di appartenenza. Spesso il gruppo non genera nemmeno pressione sull’individuo ma il soggetto conforma il suo comportamento a quello altrui dopo aver constatato che tutti gli altri si comportano uniformemente. Il più noto esperimento di psicologia sociale sulla pressione di gruppo è stato quello del confronto delle linee di Salomon Asch: in varie prove, l’ignaro partecipante tendeva sempre a fornire la più assurda risposta ad un quesito qualora il resto del gruppo, in accordo con gli sperimentatori, avesse scelto in massa quell’opzione. https://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_di_Asch

Se tutti sul Titanic corrono verso le scialuppe di salvataggio, correrai anche tu, indipendentemente dal fatto che la nave stia affondando o meno”, afferma lo psicologo Steven Taylor, sottolineando quanto la paura sia contagiosa. Ricorda però anche che c’è una chiara differenza tra il prepararsi al disastro e acquistare prodotti solo perché in preda alla paura irrazionale.

L’acquisto dettato dal panico, è alimentato dall’ansia e dal tentativo di controllare la situazione che, per sua natura, è fuori dalla nostra possibilità di controllo razionale. “In circostanze come queste, le persone sentono il bisogno di fare qualcosa di proporzionato a ciò che percepiscono come il livello della crisi“, afferma Taylor. “Sappiamo che per il momento l’unica soluzione è lavarsi le mani ed evitare contatti. Ma per molte persone, il solo lavaggio delle mani sembra essere troppo ordinario. Questo è un evento così drammatico che porta le persone ad esagerare nelle spese, acquistando beni non indispensabili nella speranza di proteggersi.

Questi acquisti spasmodici sono quindi dettati da un meccanismo psicologico che si attiva per affrontare paure ed incertezze, nel tentativo di affermare un certo controllo sulla situazione intraprendendo un’azione.

La domanda che sorge spontanea è quindi: come arginare questi fenomeni di massa?
L’ingrediente fondamentale sembra essere innanzitutto seguire le informazioni che giungono da fonti ufficiali, che possano ridimensionare le paure senza diffondere false notizie e, di conseguenza, ridurre il panico e gli acquisti eccessivi. Fondamentale è quindi rimanere il più possibile a casa ed uscire solo per fare scorta di ciò di cui si ha davvero bisogno nel breve periodo ma evitando gli impulsi di accumulo di prodotti che non sono necessari.

Ricordiamo quindi che la paura è un’emozione utile che ci fa mettere in atto comportamenti di sopravvivenza ma conformarsi alla massa in un panico collettivo non sono mai la giusta strada nè per ridurre il rischio di contagio né per vivere con il giusto equilibrio questo delicato momento.

Paola Fumagalli

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