Psicologo Paola Fumagalli

La sindrome dell’impostore: quando il successo non basta mai

Rappresentazione visiva della Sindrome dell'Impostore: persona con cappuccio e maschera bianca

“Nella società della performance ci vogliono perfetti
Sempre in forma e pure in pace con noi stessi
Senza dubbi, senza pare, senza neanche dei difetti
Oppure essere orgogliosi anche di questi
Io certi giorni vorrei solo essere triste e incazzato
E non sentirmi anche sbagliato”


Questo testo del cantante torinese Willie Peyote, tratto dalla canzone Fare schifo, apre le porte ad un tema che mai come ora è attuale: la Sindrome dell’Impostore.
Ad oggi, nella cosiddetta “Società della Performance”, totale attenzione è data alle prestazioni, ai risultati, ai successi. E proprio fra le crepe di questo castello di apparenze, si insinua la Sindrome dell’Impostore. Si tratta di una forma di disagio psichico che porta i soggetti a dubitare delle proprie abilità e capacità, nonostante il possibile successo e conferme che giungono dal mondo esterno. Il problema si aggrava perché nella mente della persona che ne soffre si figura anche il timore di venire “smascherata” come bugiarda e fraudolenta.

L’origine della sindrome e la prospettiva della Psicoanalisi

La Sindrome dell’Impostore è descritta per la prima volta nel 1978 dalle psicologhe americane Pauline Rose Clance e Suzanne Imes nell’articolo The Imposter Phenomenon in High Achieving Women: Dynamics and Therapeutic Intervention Le due ricercatrici notarono che alcune donne, nonostante gli eccezionali risultati accademici e professionali raggiunti, tendevano a credere di non meritare il loro successo, attribuendolo a errori di valutazione o alla fortuna. Insieme a questa sensazione, le donne descrivevano anche la sensazione di aver ingannato coloro che le descrivevano come intelligenti o competenti.


Originariamente, quindi, si pensava che la Sindrome dell’Impostore colpisse principalmente le donne, che sembravano più frequentemente vittime dell’impressione di non sentirsi mai all’altezza del proprio ruolo. In realtà ricerche successive hanno dimostrato che la Sindrome dell’Impostore non discrimina in base al genere, lo status o l’età. Certamente è particolarmente prevalente tra professionisti di successo, studenti in ambiti accademici competitivi, e in generale in individui che intraprendono nuove sfide o ruoli.


L’orientamento psicoanalitico offre una prospettiva interessante sulla Sindrome dell’Impostore, pur non avendo trattato direttamente il concetto. Sigmund Freud introdusse, infatti, l’idea del Complesso di inferiorità” , che può essere visto come un antenato del concetto moderno della Sindrome dell’Impostore.
Secondo la teoria psicoanalitica, questi sentimenti possono originarsi da conflitti interni non risolti, spesso radicati nelle esperienze infantili e nelle relazioni con figure parentali. La tendenza a dubitare delle proprie capacità e successi, quindi, potrebbe essere vista come una manifestazione di conflitti interni inconsci, dove domina il Super-io, l’istanza psichica che funge da severo giudice delle nostre azioni e pensieri, lasciando l’individuo in uno stato di costante autocritica e dubbio.

Le conseguenze della Sindrome dell’Impostore e i possibili rimedi

Gli effetti di della Sindrome dell’Impostore possono essere paralizzanti.
Vivere nella convinzione di non essere mai all’altezza delle situazioni, può portare a un circolo vizioso di stress e ansia. La sensazione di non essere davvero capaci come il mondo crede, porterà il soggetto a lavorare e performare sempre più duramente. E tutto nel tentativo di evitare di venire svelato nella sua immaginaria incapacità, spingendosi però pericolosamente verso il rischio di burnout e severi disturbi d’ansia.
Inoltre, soffrire della Sindrome dell’Impostore, potrebbe anche ostacolare i soggetti nel perseguire nuovi obiettivi o opportunità per paura di fallire o di essere rifiutate. Questo può pertanto limitare il potenziale di crescita personale e professionale dell’individuo.


Appare evidente che la Sindrome dell’Impostore può generare conseguenze difficili da gestire. Un supporto terapeutico può allora aiutare ad identificare le strategie per iniziare a mettere in dubbio quei pensieri disturbanti che sono vissuti come certezze granitiche.
Il percorso terapeutico può quindi fornire in prima battuta strategie per gestire l’ansia e lo stress e per rinforzare l’autostima. In un secondo momento, si lavorerà al fine di ristrutturare i pensieri negativi legati alla Sindrome dell’Impostore, internalizzando i successi anziché attribuirli a fattori esterni.

Rivalutare i fallimenti (e scoprire che non esistono!)

La Sindrome dell’Impostore è un fenomeno diffuso che può limitare il nostro potenziale. Attraverso la lente della psicoanalisi, possiamo vedere come i nostri conflitti interni e le esperienze passate giocano un ruolo cruciale nel perpetuare questi sentimenti. Tuttavia, riconoscendola e affrontandola attivamente, possiamo iniziare a liberarci dalle sue catene e ad abbracciare pienamente i nostri successi e il nostro valore intrinseco.


Fondamentale sarà anche imparare a darsi la libertà di fallire, sbagliare, non essere perfetti e smettere di illudersi che gli altri lo siano. Basti pensare ai tanti fallimenti di una mente geniale come quella di Thomas Alva Edison, l’inventore della lampadina, il fonografo, il kinetoscopio e i sistemi di distribuzione elettrica. Egli considerava infatti gli insuccessi come una tappa fondamentale per il raggiungimento dei propri obiettivi: “Io non ho fallito duemila volte nel fare una lampadina; semplicemente ho trovato millenovecentonovantanove modi su come non va fatta una lampadina.”